mercoledì 30 aprile 2008

La questione ADHD : quando la logica e la scienza perdono la strada (del dott. Elia Roberto Cestari)

Il dibattito intorno al tema ADHD è incentrato su tre differenti piani.

Il primo, quello su cui sembra accentrarsi l'interesse generale, consiste nelle notevoli perplessità relative al trattamento farmacologico ed in particolare agli effetti secondari dei farmaci utilizzati. Contrariamente all'opinione comune, ritengo tale aspetto, sebbene degno d'attenzione, del tutto secondario. Le ragioni di questo mio atteggiamento sono semplici. Oltre al metilfenidato (Ritalin), esistono vari altri farmaci che vengono utilizzati (Adderall, Strattera, ecc., ognuno con molti e a volte differenti effetti secondari). La prescrizione di un farmaco avviene solo dopo una diagnosi.

Il medico, in scienza e coscienza, deve essere libero di praticare la medicina. Limiti a questa facoltà di scelta possono, a mio parere, esistere, ma dovrebbero essere fondati solo sul principio ippocratico "primum non nocere". Per il resto entreremmo qui in un dibattito ben più ampio e articolato, che esula dalla questione attuale. Le persone, i pazienti, hanno il diritto assoluto di essere pienamente e completamente informati in razione agli scopi, alle attese e ad ogni possibile effetto secondario delle terapie prescritte. Una volta che venga utilizzato pienamente il consenso informato, il paziente effettua liberamente le proprie scelte. Su questo tema è pertanto fondamentale il consenso informato e un'inequivocabile chiarezza e trasparenza nell'informazione al cittadino, in merito ad ogni possibile effetto dei farmaci utilizzati. Mi permetto inoltre di aggiungere due riflessioni. La prima è relativa all'età dei piccoli pazienti di cui stiamo parlando. Un adulto od un giovane che assume una sostanza con effetti psichici, è in grado di collegare eventuali sensazioni, percezioni, pensieri alterati che sopravvengano, all'utilizzo della sostanza stessa. Per un bambino di due o tre o quattro anni di vita, questo è impossibile, con tutte le conseguenze che potete immaginare. Infine qui, oltre agli effetti collaterali, entra in gioco anche "l'effetto educativo": crescere una generazione che si abitua come "modus operandi" a dipendere da questa o quella pastiglia. Quest'ultimo fenomeno è ben evidente se si ha occasione di frequentare i teenagers e i giovani americani dell'ultima generazione.

Il secondo tema è, a mio avviso, la vera domanda: l'ADHD esiste? Esiste cioè un'entità patologica specifica che corrisponde alla definizione che ne viene data? In merito a questo secondo tema, l'opuscolo "Perché non accada anche in Italia", esprime chiaramente le motivazioni dell'insussistenza della ADHD. I sostenitori della ADHD parlano di un "disturbo neurobiologico". Vorrei sapere su quali basi. Vi sono domande a cui nessuno pare sia in grado di rispondere:

•- Quale è la specifica lesione anatomo patologica e quale è l'alterazione funzionale biologica specifica?

•- Quali sono o sarebbero gli esami oggettivi che ne permettono la rilevazione con sufficiente sensibilità e soprattutto con assoluta specificità?

Nel caso poi vi sia una qualunque risposta alle domande 1 e 2: questo significherebbe che la diagnosi di ADHD è una vera diagnosi medica, non psichiatrica, bensì neurologica. Preciso che ogni singola ricerca scientifica in merito alle cause organiche della ADHD è stata non solo criticata, ma anche dimostrata come falsata o invalida, da vari autorevoli colleghi e ricercatori. Per chi volesse approfondire questo tema suggerisco la lettura di " The ADHD Fraud" di Fred A. Baughman Jr., Trafford Publishing o di visitare il sito www.adhdfraud.org , ove si possono trovare tutte le informazioni in merito.

Ne consegue che chi risponde alle due domande precedenti, dovrebbe essere in grado di comunicare quale sia l'esame o gli esami oggettivi ed essere in grado di fare diagnosi con quegli esami oggettivi da lui stesso indicati. Li sfiderò pertanto, pubblicamente, a farlo. Comunque, a chiarimento definitivo di ogni e qualsiasi dubbio, esiste un modo di togliersi d'impaccio: se l'ADHD è una malattia, allora si faccia diagnosi utilizzando quegli esami oggettivi (test di laboratorio, TAC, ecc.), che ne hanno dato la prova. Il resto sono chiacchiere.

L'obiezione: "Ma test di questo genere non esistono per nessuna malattia mentale!", non dimostra nulla, se non (e qui scrivo una frase per cui sarò tacciato come eretico): la scarsa attendibilità dell'intero soggetto. Inoltre questo genere di argomentazione è sullo stesso piano logico che si verificherebbe quando, dopo un tumulto, uno degli arrestati, rispondendo alla domanda: "Perché hai dato fuoco ad un'auto?", replicasse: "Perché lo facevano in molti altri".

Poiché ho avuto occasione di confrontarmi con qualche sostenitore della ADHD (sebbene molto raramente; di fatto sono fuggiti in tutte le occasioni possibili di incontro / dibattito pubblico o televisivo), mi attendo le solite risposte fumose: "l'ADHD è un disturbo multifattoriale", "comorbilità", ecc. Una volta sviscerato il problema, arrivano a parlare di diagnosi differenziale: "Il bambino ADHD è quello dove gli altri eventuali fattori, possibile causa della iperattività e disattenzione, sono stati comunque esclusi".

Bene, questo è un argomento di reale interesse. Quindi il bambino iperattivo e disattento perché ha i genitori che si stanno separando, non è ADHD; non lo è quello dove la causa sia una vera malattia fisica; non lo è laddove vi siano problemi di relazione o affettivi; non lo è... Ne dobbiamo dedurre che il bambino ADHD è quello iperattivo e disattento, per il quale non siamo stati capaci di capire o spiegare il perché. Una diagnosi veramente interessante in questo caso poiché diagnostica, casomai, l'incapacità del medico.

Mi è stato riferito che si tratta di una questione di gravità: dipende da quanto è grave questo comportamento, da quanto disturba gli altri e ostacola se stesso. Posso concordare, ma quali sono le cause di quel comportamento nello specifico caso? Se si tratta di un problema medico vero (svariate patologie mediche possono provocare questi sintomi), allora vi sarà una diagnosi medica e una terapia conseguente. Se si tratta di un problema di relazioni umane, ci si dovrà muovere su un altro terreno. La gravità della situazione, la sua intensità, non può essere confusa con le cause che la determinano.

Alcuni mi hanno mostrato grandi quantità di testi scritti sulla ADHD: la vastità della letteratura. A costoro ho risposto e rispondo con una frase di Henri Poincaré, tratta dal libro la Scienza e l'Ipotesi: "...un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa...."

Altri si appellano al numero ed alle qualifiche degli esperti a favore della ADHD. Questa argomentazione può far presa sugli ingenui e si fonda sul principio d'autorità e sulla difficoltà di vedere ciò che si distacca dalla cultura in cui siamo immersi. Un neuropsichiatra infantile, non sapendo più cosa rispondere, mi ha detto: "Insomma, dobbiamo pur dare un nome alle cose!". Questa frase è stata illuminante poiché mi ha condotto ad una scoperta, che presto renderò pubblica.

Il terzo tema è la questione degli screening. I test per l'ADHD nelle scuole italiane, compilati da psicologi, insegnanti e a volte dai genitori (ma non sempre - anzi in alcuni casi i genitori non erano nemmeno stati informati), non sono limitati ai progetti di ricerca nazionali (ufficialmente conclusi): si diffondono a macchia di leopardo e proseguono, sostenuti attivamente da vari centri di neuropsichiatria infantile particolarmente attivi sul loro territorio.

L'opera di diffusione certosina, se pur frammentaria, prosegue con alacrità e zelo tali da indurre persino ad ipotizzare un progetto orchestrato. Contestando un mio articolo apparso su "Il Sole 24 Ore - Salute", sulla stessa testata, il 12 Settembre, 2006, alcuni specialisti della ADHD, scrivevano: "Lo screening di massa è una leggenda". Sarà anche una leggenda, ma è quanto sta già accadendo, seppur in modo frammentario. Sono decine le segnalazioni che ricevo in merito. Inoltre non la scrissi certo io la proposta di legge, nella precedente legislatura, che all'art. 14, comma 1, recitava: "Per l'individuazione precoce delle situazioni di rischio psicopatologico e dei disturbi psichici, il Ministro della salute, con proprio decreto, stabilisce le modalità di realizzazione di specifici programmi atti alla diffusione di appropriati e soddisfacenti interventi presso le scuole, ad iniziare da quelle materne. I programmi devono prevedere procedure di screening e preparazione degli insegnanti".

Sebbene i test per l'ADHD siano solo ed esclusivamente le solite domandine* (ripeto: solo ed esclusivamente le solite domandine - o loro varianti - e l'osservazione del bambino), questo non è un aspetto puramente scientifico o medico.

* per chiunque non ne fosse a conoscenza, riporto qui alcune delle domande (7 su 18) del test. - "muove spesso le mani o i piedi o si agita sulla sedia?" - "è distratto facilmente da stimoli esterni?" - "spesso ha difficoltà a giocare quietamente?" - "spesso chiacchiera troppo?" - "spesso spiattella le risposte prima che abbiate finito di fare la domanda?" - "spesso sembra non ascoltare quanto gli viene detto?" - "spesso interrompe o si comporta in modo invadente verso gli altri; per es. irrompe nei giochi degli altri bambini?" .

Apparentemente potrebbe configurarsi come un tema di politica sanitaria. In realtà è un argomento esclusivamente, profondamente, radicalmente, politico: è in gioco il concetto stesso della democrazia. Molti ricorderanno circa 10 anni or sono la così definita emergenza AIDS. Si ipotizzò una rapida diffusione della malattia, e qualcuno propose di effettuare il test HIV a tutti i cittadini italiani.

Il Parlamento, l'allora Presidente della Repubblica Italiana, la Corte Costituzionale , si alzarono all'unisono e dissero NO. Un no chiaro ed inequivocabile poiché le massime autorità dello Stato Italiano avevano ben chiara la nostra Costituzione ed i fondamenti della democrazia. Lo Stato democratico è al servizio dei cittadini; fornisce servizi su richiesta dei cittadini; non entra nelle loro case e nella loro vita per schedarli.

E si trattava, in quel caso, di una vera malattia, di una malattia infettiva, di un test oggettivo e di un pericolo reale. Qui, di fronte ad una malattia non dimostrata, certamente non infettiva, di test non oggettivi, di nessun pericolo sanitario incombente, qualcuno vorrebbe fare gli screening. Che rileverebbero inoltre dati sensibili e come se non bastasse su bambini.

I test psicopatologici nelle scuole sono l'invasione dello stato nella famiglia e nella vita dei cittadini. Si fondano su una visione di stato totalitaria e rappresentano un grave rischio per la democrazia. Il tema è prettamente politico e la politica ha il dovere di esprimersi. Attendiamo quindi i pareri dei nostri politici e queste saranno nel futuro chiare indicazioni di voto per chiunque abbia a cuore la tutela dei bambini italiani.

Dr. Elia. Roberto Cestari

Presidente del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus

Per chi volesse saperne di più

http://www.perchènonaccada.it

lunedì 28 aprile 2008

Bambini sottratti alle famiglie : Tutela o "rapimento" legale?

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, molti avvocati, criminologi e gente comune, s'interrogano negli ultimi anni sul fenomeno dei bambini sottratti alle famiglie senza alcun valido motivo, ma unicamente in seguito a rapporti, opinioni, di assistenti sociali e (fantomatiche) perizie di psicologi e psichiatri.

E' notizia di questi giorni che due bambini di Basiglio, da ben 40 giorni sono stati sottratti alla famiglia, solo per un disegno che, come dice lo stesso Tribunale dei minori, solleva più di una perplessità; mentre la bambina stessa e la madre non riconoscono la grafia.

Perché un'assistente sociale o uno psicologo invece di fare una verifica, scrive un rapporto che induce il Tribunale a prendere una decisione così drammatica che può di fatto segnare per sempre la vita di un bambino e della sua famiglia? Chi pagherà questo danno? Possibile che siano solo errori? Lasciamo che il lettore formuli la sua idea.

Il fenomeno in Italia coinvolge circa 40-50 mila bambini. Il costo che le amministrazioni pagano, per un bambino ritenuto vittima di "abusi", parte dai 150 per arrivare ai 300 euro al giorno. Moltiplicate questo per il numero di bambini.

Ci domandiamo qual è la logica che preferisce togliere un bambino alla famiglia di origine perché, per esempio, indigente, facendo pagare alla comunità alcune migliaia di euro quando con 800 euro si potrebbe far fronte all'emergenza immediata e aiutare il padre a trovare lavoro? Che danno esistenziale viene causato al bambino ed alla famiglia? Perché l'assistenza sociale non lavora per preservare l'integrità familiare?

Ancora, che valore hanno i rapporti e le perizie di uno psicologo o di un assistente, che il più delle volte sono unicamente opinioni? La pretesa di queste categorie è di capire da un disegno o uno scritto che esiste un abuso. I casi di Rignano e gli altri drammatici episodi, vedi Brescia, Milano, sono esemplari. Ciononostante i Tribunali continuano a fare affidamento su queste opinioni.

Qualcuno comincia a capire e a prendere posizione. Casi eclatanti sono il Giudice Edoardo Mori, di Bolzano, che in un articolo del 21 Aprile sul giornale Alto Adige, spara a zero sul valore scientifico di queste perizie e rapporti: "Il fatto che si sia dato ingresso alla psicologia come strumento probatorio è una totale assurdità", e ancora: "…non sono scienze esatte, sono scienze sperimentali. Per definizione - prosegue ancora il giudice Mori – sono strumenti che servono più che altro per manipolare la psiche e non hanno alcun bisogno di cercare la verità". Stessa linea viene sostenuta con forza dal Dott. Marco Capparella e dal Dott. Saverio Fortunato con i loro articoli su criminologia.it.

I dubbi sollevati da questi professionisti e l'azione dell'On. Francesco Lucchese, dietro invito del nostro Comitato, con la presentazione dell'interpellanza del 27 Giugno 2007 n° 630, dovrebbero essere le strade maestre da seguire. A nessuno, siano essi assistenti, psicologi o psichiatri dovrebbe essere permesso di minare l'integrità della famiglia e la salute del bambino senza una certezza dell'abuso perpetrato. I bambini urlano nel silenzio di una comunità e le vite dei genitori sono distrutte da accuse infamanti. Una società che tollera questi fatti non può definirsi civile. Qualcuno deve intervenire per porre fine a questa incredibile violazione dei diritti che mina il mattone fondamentale della società: la famiglia.

Massimo Parrino

Direttore Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus

E-mail: direttore@ccdu.org

Tel: 02/36510685

www.ccdu.org

Trento: NO test nelle scuole, legge approvata

La Provincia autonoma di Trento approva definitivamente il progetto di Legge n. 259 che pone il divieto dei test ADHD nelle scuole e tutela i bambini dall'abuso di sostanze psicofarmacologiche.

Proposta dal Consigliere Cristano De Eccher il testo è ispirato alla legge già approvata in Piemonte. Tra i punti salienti vi è il divieto di eseguire gli screening psicopatologici nelle scuole, salvo casi eccezionali stabiliti dall’azienda sanitaria, e l'obbligo del consenso informato scritto e firmato dai genitori prima della somministrazione di psicofarmaci.

Durante la discussione De Eccher ha ribadito quanto sostenuto dal presidente del CCDU durante l'audizione della IV commissione permanente in relazione alla strategia di marketing in corso per diffondere gli psicofarmaci tra i nostri bambini:

  1. Vengono pubblicati, su riviste e giornali, una serie di articoli, dove “esperti del settore”, annunciano la presenza di tale malattia, nonché la necessità di diagnosticarla precocemente. Bisogna CREARE il problema, convincere la popolazione che questo problema esiste, che è grave e che si tratta di una malattia (disturbo neuro-biologico)!
  2. Gli psicofarmaci atti a “curare” tale malattia vengono approvati e introdotti sul mercato.
  3. Si organizzano convegni scientifici sul “problema” e si formano organizzazioni di familiari, che chiedono a gran voce il “diritto alle cure e alla diagnosi precoce”.
  4. I test per fare la diagnosi vengono distribuiti in alcune scuole e gli insegnanti vengono, tramite corsi di formazione, addestrati ad etichettare i bambini o a segnalarne i casi.
  5. Mentre cresce la campagna stampa, al fine di “sensibilizzare” la popolazione, vengono approvate leggi che, stabiliscono che i test con le domandine vengano eseguiti a tappeto in tutte le scuole, sin dalla prima infanzia.

Il risultato finale: milioni di nuovi potenziali consumatori di pillole e tutti i disastri conseguenti.

Paolo Roat, coordinatore regionale del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani di Trento ha consegnato le 4000 firme raccolte a favore della legge al Presidente del Consiglio Provinciale dott. Pallaoro Dario e si è detto molto soddisfatto dell'approvazione della legge che rappresenta una pietra miliare per la tutela dei bambini.

Anche il Senatore De Eccher ha dichiarato la sua enorme soddisfazione per l'approvazione della legge perché nella sua ultima seduta come consigliere provinciale, prima di assumere l'incarico di senatore a Roma, ha coronato il lungo lavoro svolto per tutelare i minori dagli abusi di psicofarmaci.

Recentemente il comitato ha chiesto al provveditorato di intervenire per verificare se l’indagine “La Testa Altrove” promossa dal dr. Campolongo del Lions Host presso le scuole di Rovereto stesse continuando nonostante le prese di posizione sfavorevoli ai test di vari organi amministrativi e istituzionali, e di avviare tutte le procedure necessarie per tutelare i bambini. Con l'approvazione di questa legge i dirigenti non hanno più alcuna scusante per continuare in un'assurda indagine che mette in pericolo i nostri bambini.

giovedì 24 aprile 2008

Bambini e adolescenti; iperattività e deficit di attenzione, gli psicofarmaci sono la risposta? Conferenza all’SMS Dante Alighieri di Torino

COMITATO DEI CITTADINI PER I DIRITTI UMANI O.N.L.U.S.

Viale Monza, 1 – 20125 MILANO – Tel. 02/36510685

C.F. 97378250159

------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Coordinamento Regione Piemonte – Via Goffredo Casalis 70 – 10139 Torino – email ccdutrn@yahoo.it

COMUNICATO STAMPA



Continua il giro di conferenze informative promosso dal Comitato dei Cittadini per i diritti Umani, ente internazionale di tutela dei diritti umani nel campo della salute mentale. Questa volta sarà a Torino presso la Scuola Media dante Alighieri nei locali di Via Carlo Capelli 66 dove il

7 Maggio alle ore 18,00 si discuterà di “Bambini e adolescenti; iperattività e deficit di attenzione, gli psicofarmaci sono la risposta?”. Interverranno il dott. Roberto Elia Cestari Presidente Nazionale del CCDU Onlus, ente promotore della recente legge regionale che vieta l’uso indiscriminato di psicofarmaci sui bambini, Gianluca Vignale Consigliere Regionale primo firmatario della legge e Antonino Boeti, Consigliere Regionale e firmatario della legge.

Con l’approvazione da parte del Consiglio Regionale del Piemonte della Legge Regionale n.21 “Norme in materia di uso di sostanze psicotrope su bambini ed adolescenti” avvenuta il 30 ottobre 2007 è stato fatto un passo importante nella direzione della tutela dei bambini dagli abusi psichiatrici causati da somministrazione di psicofarmaci:“Questo provvedimento legislativo, senza precedenti in Europa, rappresenta un grande passo avanti per la protezione dell’infanzia e delle famiglie a fronte di una campagna di marketing che cerca di vendere nuove malattie senza alcun fondamento scientifico” afferma il dott. Roberto Cestari, medico e Presidente nazionale del CCDU oltre che Coordinatore Nazionale della campagna “perché non accada”, e aggiunge “Non si tratta di negare aiuto a chi soffre, ma ogni bambino ha diritto alle soluzioni appropriate. Qui ci confrontiamo con diagnosi ove si confondono sintomi con malattie. Il tutto in assenza di un fondamento scientifico adeguato. Se a questo aggiungiamo la conseguente somministrazione di psicofarmaci, il quadro è persino grottesco. Non dimentichiamo che la diffusione della somministrazione di psicofarmaci ha raggiunto negli USA ben 11 milioni di bambini e adolescenti, alcuni dei quali si sono successivamente resi responsabili delle stragi in diverse scuole americane. Noi NON vogliamo che ciò accada anche in Italia”.

Seguendo l'onda Statunitense, in Italia ben 82 centri sono stati accreditati per la diagnosi e cura dell'ADHD. “Nei fatti l’ADHD è solo un sintomo e la sua diagnosi non ha alcuna base scientifica certa, ciò è fin troppo noto nella comunità scientifica internazionale.” commenta la dott.ssa Maria Elena Testa. Coordinatrice regionale del CCDU.

Ufficio Stampa

Dott.ssa Maria Elena Testa

CCDU Onlus

Coordinamento Regione Piemonte

Tel. : 011 – 245.88.47

Mobile: 333 – 97.66.437

380 – 72.80.368

Email: ccdutrn@yahoo.it

Sito internet: www.ccdu.org

www.perchenonaccada.org

www.cchr.org


venerdì 18 aprile 2008

Grande afflusso di pubblico a Milano per la mostra multimediale "Psichiatria - un viaggio senza ritorno"


Milano, 15 aprile 2008

Grande afflusso di pubblico a Milano per la mostra multimediale "Psichiatria - un viaggio senza ritorno"

Firmate oltre 1.000 petizioni contro l'elettroshock e gli psicofarmaci ai bambini


Milano - Inaugurata lo scorso 5 aprile dal Presidente del Consiglio Manfredi Palmeri e dal Presidente della Commissione Educazione e Scuola del Comune di Milano Paolo Massari, si è conclusa domenica sera la mostra Multimediale "Psichiatria - un viaggio senza ritorno".

La mostra, organizzata dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU), è un viaggio attraverso il tempo, una rivisitazione delle teorie che hanno dato vita agli errori ed agli orrori della psichiatria, dalle sue origini ai giorni nostri, senza censurare le pratiche brutali realizzate ai danni dell'uomo, dai salassi agli psicofarmaci ai bambini, passando per l'elettroshock e la lobotomia prefrontale.

Oltre 4.000 visitatori in soli 8 giorni, hanno affollato le sale del Palazzo Affari ai Giureconsulti, dove il CCDU ha raccolto più di 1.000 petizioni contro l'elettroshock e la somministrazione di psicofarmaci ai danni dei bambini, già saliti a quota 35.000 solo in Italia.

Durante la mostra, moltissimi cittadini hanno voluto rilasciare la propria testimonianza, storie di vita e di umana sofferenza a cui molte volte, l'insensibilità della psichiatria aggiunge ulteriore violenza.

Prossima tappa a Ravenna, dove la mostra sarà aperta dal 19 aprile al 29 aprile.

Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus
Tel 02 36510685
Email ccdu.milano@gmail.com
www.ccdu.org

giovedì 10 aprile 2008

Chi fa uso di medicine antipsicotiche ha maggiori probabilità di morire prima.

NUOVI DATI DIMOSTRANO I RISCHI DEGLI PSICOFARMACI SUI BAMBINI

Nuove ricerche dimostrano come i farmaci ansiolitici e antipsicotici possano costituire un grave rischio per la vita dei bambini cui vengono somministrati. Alcuni di questi farmaci, scrive il quotidiano britannico Guardian, vengono prescritti a bambini sotto i 6 anni di età, anche se espressamente non previsto dal protocollo se non in alcuni casi di schizofrenia. Il numero dei bambini che fa uso di questo genere di farmaci è raddoppiato in Gran Bretagna, sulla scia di quanto accade negli Stati uniti, ma alcuni ricercatori ritengono che essi rappresentino un cocktail chimico micidiale capace anche di provocare morte prematura.

l'articolo continua qui..

fonte : www.junior.cybermed.it

martedì 8 aprile 2008

Inaugurata la mostra “Psichiatria, un viaggio senza ritorno" a Milano

MILANO - Presso il Palazzo Affari ai Giureconsulti di Milano, è stata inaugurata la mostra multimediale: “Psichiatria, un viaggio senza ritorno”, organizzata dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU), una onlus di tutela dei diritti umani nel campo della salute mentale. La mostra continua sino al 13 aprile con orario continuato dalle 9 alle 19. L’ingresso é gratuito.
Al taglio del nastro hanno partecipato il Dr. Roberto Cestari, Presidente del CCDU, il Prof. Saverio Fortunato, Criminologo e Docente di Scienza dell’Investigazione presso l’Università dell’Aquila, l’Avvocato Francesco Miraglia, Penalista del Foro di Mondena, il DR. Manfredi Palmeri, Presidente del Consiglio Comunale di Milano, il Dr. Paolo Massari, consigliere comunale e presidente della Commissione Scuola Educazione del Comune di Milano e il Dr. Mariano Loiacono, Dirigente del Centro di Medicina Sociale del Policlinico di Foggia. Manfredi Palmeri, ricordando il decisivo contributo dato dal CCDU all’approvazione della mozione che impegna il Comune di Milano alla...

l'articolo originale continua qui..


Questo è uno dei video tratti dalla mostra :

giovedì 3 aprile 2008

Perchè i manicomi furono smantellati. Intervista al dott. Giorgio Antonucci


Int
ervista a GIORGIO ANTONUCCI di CLARISSA BRIGIDI

(° da Diogene: magazine italiano di filosofia)

Qual è stata la sua esperienza all´interno dell´istituzione psichiatrica in Italia, in particolare nel periodo in cui ha lavorato a Gorizia e all´Ospedale Civile di Cividale del Friuli?

Sono stato chiamato a Gorizia da Basaglia. Mi aveva conosciuto bene anche nel periodo in cui stavo a Firenze perché ci eravamo sentiti telefonicamente per il mio lavoro in cui cercavo di evitare gli internamenti.
Così aveva conosciuto il mio modo di rapportarmi con le persone, che era un modo diretto, in cui io mi impegnavo a parlare oppure a condividere con loro delle situazioni. Per esempio a Cividale del Friuli c´era una ragazza che quando era in crisi batteva la testa contro il muro e allora cercavo di impedirglielo senza l´utilizzo della forza, semplicemente ponendo qualcosa tra lei e il muro.

E poi una volta, siccome noi due polemizzavamo quando si faceva male perché io le dicevo che avrebbe potuto esprimere le stesse cose in un altro modo, mi misi a battere la testa anch´io, così lei smise immediatamente e riprendemmo la discussione. Basaglia conosceva di me queste ed altre cose, così, quando nel settembre del 1968 questo reparto fu chiuso con la forza, soprattutto perché le persone erano sempre in giro per il paese invece di essere chiuse dentro alle proprie stanze, mi invitò, nel 1969, a lavorare a Gorizia.

Gorizia era una realtà complessa perché all´interno della stessa istituzione convivevano tre diverse posizioni. Basaglia affermava che il manicomio doveva a tutti i livelli essere superato definitivamente, come spiegò anche nel libro L´istituzione negata. Nella pratica ciò significava non tanto migliorare il manicomio, quanto cercare di collocare le persone al di fuori di esso.

Che cosa significava in quel momento operare per lo smantellamento del manicomio?

Si trovano persone rinchiuse in cella e si aprono le celle; ci sono persone in camicia di forza e si tolgono loro le camicie di forza; si trovano ostacoli per poter circolare all´interno di queste istituzioni che sono tutte a compartimenti separati l´uno dall´altro e si tolgono i compartimenti. Poi, problema centrale, si comincia a discutere con gli internati. Basaglia aveva organizzato l´ospedale con riunioni e assemblee: riunioni particolari in ogni singolo reparto, in modo che un luogo di assoluta segregazione diventasse un luogo di dibattito e discussione. Basaglia aveva aperto questa enorme contraddizione: unico in tutto il mondo, un direttore di istituto psichiatrico, anziché portare avanti l´istituto, voleva distruggerlo.

Cosa può dire sull´utilizzo dell´elettroshock?

Le posso raccontare un episodio. Ero appena arrivato a Gorizia e non avevo ancora avuto l´assegnazione dei reparti. Una domenica ero di guardia, quindi avrei dovuto svolgere le funzioni dei medici assenti, ed il mio collega Jervis mi telefonò dicendomi che dovevo fare l´elettroshock a una sua paziente. Io risposi che l´elettroshock non lo facevo, egli disse che l´avrebbe eseguito di persona e mi invitò ad andare a vedere.
Così, perché non pensasse che io non facevo l´elettroshock per l´impressione, anziché per principio, cioè perché l´elettroshock fa male ed è una forma di tortura, fui costretto ad andare a vedere.

Vidi fare l´elettroshock ad una suora di ventotto anni che era stata internata dalle consorelle del suo convento perché ad un certo punto aveva cominciato a dire che lei non voleva più saperne di essere sposa di Gesù, ma voleva degli sposi sul serio. Jervis allora le fece l´elettroshock. La situazione si commenta da sola!

Io presi i reparti di donne che erano di Jervis e vi trovai che l´elettroshock era molto usato, mentre nei reparti degli uomini esso era stato già eliminato. Questa è una testimonianza di un´altra situazione complicata, contraddittoria. Inoltre i medici sostenevano che le persone dovevano essere liberate dal manicomio, ma non tutte potevano uscire.

Le uscite erano consentite solo se controllate, mentre con me non erano più controllate perché ritenevo che ogni persona avesse il diritto di uscire quando voleva e secondo le sue intenzioni. Operai così due cambiamenti: tolsi l´elettroshock e lasciai le persone libere.

Inoltre cominciai a ridurre drasticamente gli psicofarmaci, per poterli in seguito togliere definitivamente.

Cosa pensa del ricorso agli psicofarmaci nella pratica psichiatrica?

Mi ricordo di una ragazza che da mesi era in uno stato di inquietudine, notte e giorno. Era imbottita di psicofarmaci: parlando con lei e con il suo consenso glieli tolsi tutti, di colpo. La notte la ragazza dormì e il mattino era tranquilla. Mi dissero che questo era un effetto paradosso; io replicai che non lo era affatto, era piuttosto un effetto logico, perché i farmaci a lungo andare intossicano e creano malessere e inquietudine. La persona stava meglio perché non era più intossicata: si tratta di un effetto logico, non certo paradossale.

Che tipo di relazione umana si dovrebbe instaurare fra lo psichiatra e i pazienti?

Sono convinto che le persone che sono nella sfera psichiatrica sono persone come noi che hanno dei problemi, forse più difficili da affrontare, ma con le quali bisogna comunicare e non porsi in maniera paternalistica. Per esempio, se una persona viene da me e dice di essere perseguitata dai servizi segreti, io ci discuto perché mi sta comunicando una sua idea.

Questa idea può essere giusta o sbagliata, ma il fatto di sbagliare non significa essere malati di mente poiché sbagliamo tutti in continuazione. Oppure se qualcuno viene da me e dice di credere nella Trinità, io lo rispetto, anche se la sua idea di tre persone distinte riunite in unico Dio non è fondata certamente sulla logica.

Si può invocare il diritto alla libertà di pensiero per gli internati?

Non mi sono mai occupato del pensiero degli internati, cioè non mi interessava se qualcuno pensava delle cose sbagliate su di sé. Io non volevo modificare il loro pensiero perché questa è una violenza e non mi sono mai permesso di far cambiare le idee a qualcuno. Io mi sono occupato di rendere loro liberi e quindi anche liberi di pensare ciò che vogliono.

Anche ora, quando mi occupo di evitare gli internamenti alle persone, non discuto con loro perché cambino il loro pensiero.

Piuttosto ci parlo di problemi pratici relativi anche alla nostra differenza nel modo di affrontarli. Il nocciolo della psichiatria è, invece, modificare il pensiero degli altri con la forza. La libertà di pensiero non significa pensare certe cose e altre no; anche nella storia della filosofia ci troviamo davanti a un orizzonte di idee differenti l´una dall´altra e spesso contrastanti.

Per me il problema è cominciato non come psichiatra o antipsichiatra, ma dall´idea semplice che una persona ha diritto di pensare quello che vuole senza che nessuno interferisca. Certamente si può discutere: per esempio, se uno mi dice che si sente Carlo Magno io gli posso controbattere che ho studiato la storia e che Carlo Magno è vissuto in un´altra epoca; allora lui mi potrà ribadire che è una sua reincarnazione e così via. Però, costringere una persona ad aderire a quello che io ritengo vero è una forma di tirannide.

Lei ha portato gli internati ad incontri significativi, persino con il Papa Giovanni Paolo II.

Un episodio interessante. Davanti al manicomio c´è una chiesetta dei francescani e alcune delle donne del reparto 14 o di altri reparti andavano a messa lì oppure a fare una visita in chiesa poiché erano religiose.
Una volta trovai il frate francescano che le stava buttando fuori e io gli domandai che cosa stava succedendo: lui mi rispose che non voleva quelle donne in chiesa; io gli ribattei che quelle donne avevano il diritto di andare lì a pregare come tutti gli altri, inoltre di ricordarsi, dal momento che era un francescano, che S. Francesco baciava sulle labbra i lebbrosi.

Tornai a casa molto arrabbiato e parlai con mia moglie di questa cosa: lei mi ricordò che avevo aiutato un diplomatico del Vaticano, che sta qui a Firenze, che aveva paura di prendere l´aereo e si era rivolto a me. Allora gli telefonai e gli dissi che avevo intenzione di portare le persone religiose dei miei reparti dal Papa. Egli mi disse che prima di decidere, voleva incontrare queste persone per parlare con loro; così decidemmo di andare a pranzo fuori con le mie ex ricoverate.

Egli ne rimase entusiasta e ne parlò in Vaticano. Così ci decidemmo a partecipare a un incontro con il Papa, ci sedemmo in prima fila e Giovanni Paolo II parlò volentieri sia con le mie ex ricoverate che con me. Infine facemmo delle fotografie che mandai al frate.

Andare con loro dal Papa significava che le persone rifiutate da tutti venivano ricevute perfino dal Pontefice. Oppure andare al Parlamento Europeo significava esprimere il fatto che gli internati sono cittadini, con i loro diritti civili e politici. Tutti i viaggi che abbiamo fatto sono stati un modo per restituire alla vita civile persone per le quali qualcuno aveva deciso che alla vita civile non avrebbero partecipato mai più.

Come ha reagito la popolazione internata a quest´azione di eliminazione della contenzione e della coercizione?

All´inizio non capirono bene cosa stesse succedendo. Era logico: stavo portando avanti un cambiamento mai visto prima, ed inoltre erano molto spaventate. Vivere in un´istituzione psichiatrica significa avere continuamente paura perché gli psichiatri usano terrorizzare continuamente i propri pazienti.
In manicomio le persone che ho visto avevano sempre paura: all´inizio la ebbero anche di me, anche se con il tempo riuscii a conquistare la loro fiducia.

Appena cominciai il mio lavoro le internate erano impaurite ed esitavano spesso a farsi slegare. Spesso alcuni membri del personale dicevano che certi ricoverati stavano legati perché lo volevano. Risposi che ormai potevano "volerlo", mentre per anni interi la loro volontà non era stata considerata. Slegati all´improvviso, avevano paura di fare qualcosa per cui avrebbero potuto essere perseguitati, picchiati e legati di nuovo, quindi preferivano stare legati.

Tuttavia la situazione andava affrontata. Per esempio, nel reparto 14 c´era una donna che non voleva essere slegata, così io non la slegai subito. Ho passato accanto a lei ore e ore. Le dicevo: "Io sono qui perché lei deve essere liberata. Ci vorrà tempo, dovrà convincersi. Io sono un medico e non un carceriere e non posso ammettere che lei stia in questa condizione. Però aspetto, perché lei ha diritto di esprimere quello che sente e le paure che comporta il ritornare ad essere una persona libera".

Via via, ci siamo messi d´accordo. Lei ha cominciato a camminare nel giardino e le sue condizioni fisiche spaventose sono lentamente guarite quando è passata dalla condizione di donna legata continuamente a quella di una donna libera che può camminare, parlare, vestirsi, uscire, e così via.

Il lavoro che io ho fatto contro il manicomio è stato quello di partire dalla "camera di tortura" e di arrivare alla residenza. Questo nel rispetto delle scelte degli internati e delle loro necessità: non ho mai obbligato nessuno ad uscire se non ne aveva voglia o non se la sentiva.

Le camere delle internate vennero per esempio abbellite a loro piacimento. Alcune persone trovarono invece sistemazioni esterne al manicomio, si trasferirono in appartamenti. C´erano alcune persone che avevano un rapporto affettivo o amoroso tra di loro che, con l´aiuto del Comune, trovarono degli appartamenti e si sistemarono in essi. Altri tornarono dalle famiglie. Chi rimaneva non aveva nessuno fuori, ma viveva in manicomio come in una residenza con i propri oggetti, con le proprie abitudini, con il proprio modo di vestire. Ognuno viveva secondo le proprie scelte.

Lei sostiene che la malattia mentale non esiste in quanto non si tratta di una malattia fisica.

Una malattia ha un riferimento biologico preciso: se un individuo ha il morbo di Alzheimer attraverso l´esame delle cellule cerebrali si vede che queste stanno degenerando. Nel caso della psichiatria si tratta invece d´interpretazioni di comportamenti. Comportarsi bene o male non è un problema medico, ma etico: dire che una persona che si comporta bene è sana e che quella che si comporta male è malata non ha senso.

Lo psichiatra Szasz dice che un´indagine scientifica non può rivolgersi ad entità non materiali come amore o odio, angelo e diavolo. Questo non significa che queste cose non esistano, ma che non fanno parte del mondo materiale. Quando mi occupo di problemi psicologici non uso i termini malattia e cura. Si ascolta una persona che chiede un aiuto, un consiglio, o che semplicemente ha bisogno di raccontare tali vicende, perché il fatto stesso di comunicarle è un sollievo, un uscire dalla solitudine.

(° da Diogene: magazine italiano di filosofia)

martedì 1 aprile 2008

"PSICHIATRIA - UN VIAGGIO SENZA RITORNO" - A palazzo Affari ai Giureconsulti di Milano si inaugura la nuova mostra multimediale.

"PSICHIATRIA - UN VIAGGIO SENZA RITORNO"

A palazzo Affari ai Giureconsulti di Milano
si inaugura la nuova mostra multimediale

Milano - Sabato 5 aprile alle ore 11:00 presso il Palazzo Affari ai Giureconsulti,
Via Mercanti 2, verrà inaugurata la nuovissima mostra multimediale itinerante
intitolata: "PSICHIATRIA: UN VIAGGIO SENZA RITORNO".

Farà seguito, con inizio alle ore 14:00 nella Sala delle Colonne del Palazzo
Affari, il convegno: "Psichiatria e Diritti Umani: aspetti giuridici e sociali" con la partecipazione di:

- Giorgio Antonucci, Medico psicanalista;

- Dott. Roberto Cestari, Presidente del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani;

- Prof. Dott. Saverio Fortunato, Specialista in Criminologia Clinica e Docente al Corso di Laurea di Scienze dell'Investigazione, Università di L'Aquila e direttore di Criminologia.it;

- Dott. Mariano Loiacono, Dirigente Responsabile Centro di Medicina Sociale
Azienda Ospedaliera Universitaria Ospedali Riuniti di Foggia;

- Avv. Francesco Miraglia, Penalista del Foro di Modena;

Modera il Dott. Paolo Massari, Presidente della Commissione Istruzione del
Comune di Milano e giornalista di Mediaset.

La mostra e il convegno sono organizzati dal Comitato dei Cittadini per i
Diritti Umani Onlus (CCDU), associazione affiliata alla Citizens Commission
for Human Rights, ente internazionale fondato nel 1969 dal Professore Emerito di Psichiatria Thomas Szasz e dalla Chiesa di Scientology.

La mostra è il compendio di oltre 40 anni di ricerca con inediti filmati storici
e interviste ad oltre 160 professionisti della salute, avvocati, insegnanti, pedagogisti e testimonianze di persone che hanno subito soprusi psichiatrici o hanno perso dei familiari a causa dei "trattamenti" ricevuti. Tutto ciò offre innumerevoli spunti di riflessione per legislatori, medici, sostenitori dei diritti umani e privati cittadini al fine di riportare la psichiatria entro i confini della legge, eliminandone gli abusi.

L'obiettivo dichiarato è quello di informare i cittadini e di sensibilizzarli
sulle violazioni dei diritti umani in questo ambito.

Patrocinano l'iniziativa la Provincia e la Camera di Commercio di Milano, la
Confartigianato Lombardia e il Codacons.
____________________
Per ulteriori informazioni:
Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus
Tel 02 36510685 – 335 6533305 - 345 2522618
Email: ccdu.milano@gmail.com